Crea sito
Prima pagina

associazione culturale e di promozione sociale

Gli obiettivi Diventa  socio Crea Sede sociale
 

Il nostro Progetto Libero come oasi per i più deboli

Chi, nel cammino della sua vita, ha acceso anche soltanto una fiaccola nell'ora buia di qualcuno, non è vissuto invano.



L'unico modo di conoscere davvero i problemi è accostarsi a quanti vivono quei problemi e trarre da essi, da quello scambio, le conclusioni.





Dando per assodata , la scelta della tipologia associativa della cooperativa sociale di tipo misto, proviamo a fare delle scelte programmatiche come se il progetto dovesse iniziare domani.


In una società in cui il profitto muove tutte le dinamiche, e la logica prevalente è quella della sopraffazione del prossimo, e l’obiettivo quello di emergere e guadagnare posizioni nella scala sociale; noi vorremo fare precisamente il contrario, creando un’oasi estranea alle dinamiche fratricide della nostra società, in cui siano accolti solo i più deboli, i più piccoli, i più fragili, quelli insomma che non sono riusciti a difendersi dai meccanismi perversi di questa società e che provano per questo a vario livello, disagio; un’oasi in cui nessuno di chi entra deve avere tra i propri obiettivi quelli di accumulare ricchezza, ma solo la voglia di stare insieme, ai più piccoli e bisognosi di noi, e di ricevere e dare loro una ricchezza diversa , umana, sociale e di speranza.


E se degli utili ci saranno, saranno utilizzati per la crescita e le migliorie delle strutture e della realtà, per il sostentamento e la vita dei soci , specie di quelli deboli, e poi se ce ne sarà, per altre iniziative sociali anche all’esterno. Un modo questo per selezionare chi veramente può aderire ad un progetto eccellente come questo.



E allora per quanto ci riguarda, partiremmo in questo progetto anche domani, trasferendoci in un loco, anche ristrutturandolo un po’ con l’aiuto di coloro che ne vogliono far parte e di aiuti esterni, per passarvi poi il resto della vita a vivere un progetto che ci piace, che fa parte della nostra percezione e che riguarda il nostro essere realtà operanti oltre che pensanti. Vivere in un ambiente naturale e con un obiettivo finale ambizioso, ma di valore, per cui vale la pena rischiare.


Come noi, anche altre persone preposte e competenti, potrebbero sposare secondo noi questo disegno, magari parzialmente, nell’ambito dei propri impegni professionali e di lavoro attuali, avendo la possibilità, e anche il piacere di essere ospitati in modo dignitoso e accogliente.


Un progetto che crea un sito aziendale d’incontro e di lavoro, di confronto, di vita e generosità d’animo e lo andiamo a illustrare nella sua essenzialità e completezza.





Che cos’è il <Progetto Libero> e le sue finalità


Noi vorremmo promuovere il benessere di soggetti deboli e valorizzare le loro energie, ma anche di formare e reintegrare nella società elementi che se ne fossero allontanati, entrando in tunnel indefinibili e inqualificabili, di fornire servizi socio-culturali, terapeutici, didattico-formativi, ludici, etc … ritenendo di poter trovare risposte elettive proprio in diversi contesti che noi desidereremo portare avanti.



Uno di questi è l’agricoltura sociale, il contatto con la terra e la natura in tutte le sue forme e sfumature, iniziando dal giardinaggio, infatti che le piante siano importanti per le persone è evidente sotto molti aspetti. I fiori sono spesso al centro di occasioni gioiose, lo sono anche in caso di eventi tristi. L’importanza che le piante hanno sul benessere delle persone non ha confini demografici: il legame abbraccia differenti culture, gruppi etnici, occupazioni, età, scolarità, livello economico, luogo di residenza, paese di nascita. Molte delle pressioni alle quali sono sottoposte le persone al giorno d’oggi sono il risultato dell’interazione di tre forze: l’avanzamento della tecnologia, lo sviluppo della conoscenza e l’incremento della popolazione mondiale. Questi aspetti di per sé positivi, se mal governati, di fatto comportano implicazioni negative con conseguente aumento degli effetti stressanti sulla vita quotidiana.


Anche se queste tendenze hanno ognuna una distinta manifestazione, esse hanno in comune alcune conseguenze. In particolare contribuiscono tutte a farci sperimentare la fatica mentale, che può spingere le persone a essere meno tolleranti, meno efficienti e meno sane. Il contatto e l’interazione con la natura ha un ruolo importante nel ridurre questi indesiderati effetti.


L’enfasi data all’efficienza e produttività unite all’avanzamento delle tecnologie hanno ridotto o eliminato i momenti di pausa e riposo che erano una volta parte della vita di ogni giorno. La fatica che risulta da questi multipli assalti non è una fatica fisica ma mentale, l’attività fisica è invece salutare per chi soffre di fatica mentale.


Le piante hanno un largo spettro di utilizzo. Il più ovvio è il sostentamento dell’umanità. Le piante ci forniscono cibo, sia direttamente che indirettamente (in quanto cibo per gli animali). Esse sono anche utilizzate come fonte di supporti strutturali, come materiali di costruzione, e come materia prima nella fabbricazione di stoffe e carta e di materie sintetiche come il rayon.



l’occuparsi della terra e delle piante può conferire all’anima una liberazione e una quiete simile a quelle della meditazione”




La stessa luce verde riflessa dalle piante è per noi uno tra i più potenti tranquillanti che esistano in natura.


Occuparsi della cura delle piante, in questo senso, è un’attività oltremodo rilassante che ci rende liberi di far fluire i nostri stati d’animo, lasciarci prendere e guidare in un mondo completamente diverso, di far finalmente uscire quel residuo di natura che ancora vive in noi.


Creare e coltivare un giardino è sicuramente un bisogno fondamentale dell’uomo, un bisogno atavico, che si impone ad ogni civiltà malgrado ostacoli quali guerre, carestie, decadenza culturale, disinteresse sociale. Curare un giardino, pur piccolo come una cassetta di fiori sul davanzale, è un bisogno talmente forte da poter essere paragonato al bisogno di mangiare, di amare.


Un antico proverbio cinese cita così: Se hai due soldi, compra con il primo un pezzo di pane e con il secondo un fiore. Il pane ti farà vivere, il fiore ti darà una ragione per vivere”.



Noi riteniamo opportuno formare e reintegrare nella società elementi che se ne fossero allontanati, di metterli anche in relazione con la terra, perchè dalle esperienze derivanti dalla sua cura e attenzione, abbiamo constatato altresì che innumerevoli esperienze svolte stanno dimostrando che i contesti umani ed ambientali delle aziende agricole, come anche le modalità operative delle produzioni rurali, sia di beni che di servizi, implicano varietà di compiti ed elasticità di svolgimento tali da essere idonei per stimolare, formare, integrare e valorizzare le risorse umane, una corporazione sociale così come una fattoria.


L’obiettivo principale è l’incremento di benessere, di abilità e di integrabilità, degli utenti, cui si potrebbe accompagnare il decremento delle spese assistenziali, affrontate dagli Enti e dalle famiglie.

L’eventuale prodotto agricolo così realizzato è considerato primario, sia per consumo, dono o vendita, per lo più, considerati come parte rilevante del processo di stimolo e formazione degli utenti.

In base a ciò si può ritenere che tanto più la struttura si avvicina all’attivo economico della produzione oggetto dell’impresa, tanto maggiore è la sua efficacia anche nell’azione sociale svolta.


Un’attività di coltivazione che potrebbe fornire di autosufficienza alimentare chi ne necessita e utile per coloro che cercano una rieducazione con recupero e formazione.



Il contatto con la natura, con la terra, le piante e gli animali infatti non solo fa bene ma è anche formativo: attraverso il lavoro in “giardino” si ripristina in breve tempo un sano equilibrio psicofisico, vengono riattivati il coordinamento muscolare e la tonicità del corpo, come pure la capacità di relazionarsi positivamente con gli altri collaborando nelle varie attività, creatività ed espressione personale sono risvegliate da compiti come preparare e cucinare i prodotti della terra, curare il giardino e i suoi animali, valorizzare gli ambienti e il paesaggio, impegnarsi in attività artistiche ed artigianali, il confronto coi cicli vitali della natura, col volgere delle stagioni e il variare delle condizioni agro-meteorologiche insegna che vi sono sempre delle regole da rispettare, e insieme dà la capacità di far fronte agli imprevisti e alle difficoltà …


In un’attività di servizio, dove il continuo rapporto con gli altri e la responsabilità verso gli ospiti favorisce una crescita intellettiva e personale, potenziando la capacità di pianificare e prendere decisioni autonome e insieme migliorando la qualità della comunicazione per essere più cooperativi e disponibili, imparando a vivere i rapporti con le persone e le stesse esperienze quotidiane con maggior equilibrio, affrontando i problemi e non fuggendo più da essi.

Come con lo studio, con la possibilità di un incontro e un confronto coi propri coetanei in un contesto dove i nostri ragazzi e le nostre ragazze possano finalmente vivere quell’età e quelle esperienze che erano state loro rubate...o adulti che per un motivo o un altro si sono allontanati dalla società odierna.


E poi il senso d’indipendenza, la sicurezza e l’autostima nell’essere partecipi e protagonisti di una reale attività produttiva, (ri)trovando una giusta dimensione di vita nei contesti relazionali del lavoro, del rapporto con gli altri, dello stesso ambiente sociale e culturale.


E portando, proprio loro, nuove utilità e benefici nel territorio, grazie a questa originale valorizzazione delle risorse locali.


Un reinserimento partecipativo quindi, a rompere finalmente questa pesante cappa d’indifferenza o, peggio, di un assistenzialismo scontato e de-realizzante … E perché anche l’emarginazione dalla società di soggetti che non coincidono con la <normalità>, non appaiano più come un decreto ineludibile del fato! Un progetto operativo come strumento di accoglienza, formazione professionale ed inserimento sociale, ricoprendo uno <spazio> rilevante in questo “folle disegno”.


Un’esperienza dall’intensa carica emozionale, che potrebbe coinvolgere uomini e donne vittime delle circostanze, di cattive compagnie o delle loro stesse condizioni sociali... e verso i quali un tale progetto possa portare a quella presa di coscienza da cui dipende ogni speranza di reinserimento e liberazione.

Una presa di coscienza dei propri limiti e dei propri errori che è anche facile per chi, più che la “malavita” ha conosciuto solo una “vita mala”, fatta di abusi, violenza, miseria materiale e morale, di errori consapevoli o non voluti e che da soli forse non ne sarebbero mai usciti.

Si andrebbe quindi a creare quella rete di relazioni personali, familiari e sociali in grado di dare sostegno e prospettive una volta intrapreso tale percorso oserei dire, formativo fatto di appoggi e incontri che evitino di ricondurre i soggetti ai vecchi modi di vita, ai vecchi comportamenti sbagliati ed autodistruttivi e ridurre insieme, il richiamo dell'unica vita che probabilmente abbiano mai conosciuto.



Questo progetto nasce come un atto di fede e un impegno per rispondere al muto appello negli occhi, nei sorrisi, nei gesti, nell’entusiasmo e nella sensibilità di quelle persone la cui “libertà” è ancora possibile. Una liberazione dalle catene di una cattività che incattivisce e dalle lunghe ombre di un passato che è duro a morire: per aprirsi finalmente alla società e alle stesse speranze di un futuro migliore e diverso!



Un progetto dove tentare anche di mettere a frutto le proprie esperienze e conoscenze anche nelle Istituzioni e nell’Università per un percorso di formazione che partendo dall’agricoltura miri a dare a questi ragazzi un’adeguata cultura e conoscenza della società esterna, e quel bagaglio di validi referenti personali e professionali in grado di consentire loro di guardare con occhi nuovi a se stessi e al futuro, lasciandosi finalmente alle spalle gli errori, le colpe, le debolezze, le complicità d’altro tempo e misfatto …

E' il progetto di una struttura di accoglienza dove imparino ad esercitare e gestire un’attività integrata da una modesta fattoria didattica, impegnandosi non solo nelle coltivazioni, nella ristorazione e nell’accoglienza, ma avendo anche in mente l’apertura di adeguati laboratori artigianali ed artistici insieme alla possibilità di completare o intraprendere gli studi secondari e universitari, facendo loro conoscere i piaceri e i doveri, di una vita più sana e genuina, con l’opportunità di stabilire nuove e più valide relazioni personali e sociali, utili per il futuro rientro nella società e vivere gli eventi che hanno rivoltato il normale stile di vita.

Un’attività, questa che potrebbe protendere verso un ambiente comunque “protetto”, lontano da pericoli e tentazioni e valorizzare positivamente il lavoro nel verde con le possibilità di socializzazione offerte dal continuo confronto col pubblico, perché possano essere superate le vecchie ed incapacitanti logiche di separazione e ghettizzazione del disagio, aiutando queste persone a raggiungere, con la rinnovata fiducia in se stessi, nelle proprie capacità e negli altri, quella necessaria elaborazione del vissuto che, insieme all’adeguamento alle regole della società, è condizione e premessa di una vera autonomia personale, sociale e culturale …



"Il fato guida chi vuole lasciarsi guidare e trascina chi non vuole"



Con una originale modalità operativa che, grazie alla partecipazione e al coordinamento di Università preposte nell’ambito del Master sull’ Agricoltura Sociale, da un lato sollecitiamo l’intervento delle Istituzioni Sociali per una piena applicazioni dei dettami costituzionali, aiutando a superare pregiudizi e pastoie burocratiche - nella consapevolezza che anche da questo dipende non solo il futuro delle persone coinvolte nel progetto, ma le stesse prospettive di una società esterna più giusta ed umana - e dall’altro consenta ai partecipanti al Master di essere coinvolti in un caso concreto, “sporcandosi le mani” in una ricerca e una prova di quegli spazi di impegno e di libertà che ancora si danno: nella società, nella campagna, e nelle aule universitarie... e che grazie alla loro sensibilità ed esperienza possono validamente sostenere l’importanza e il valore di una simile iniziativa.



La realizzazione del progetto va interpretato su un territorio comunque in grado di consentire una certa protezione e controllo nella prima fase di reinserimento, grazie al tessuto sociale ancora sostanzialmente intatto nella città scelta e dove ciascun “ospite” potrebbe continuare studi o attività di gestione di un eventuale punto vendita dei prodotti agricoli ed artigianali.



Fanno altresì capo a tale progetto alcune fasce di disagio:

 


Disagio sociale:

 

  1. colonie agricole, case di lavoro, centri di recupero ed assistenza al disagio sociale dove si svolgano attività di coltivazione, allevamento e giardinaggio, previste non solo per la formazione e il lavoro ma dirette a sviluppare nei soggetti responsabilità ed autonomia

  2. centri che conducano o siano convenzionati con aziende agricole, per gli scopi indicati al capo precedente.


 

Disagio psichico e fisico:

 

  1. centri per portatori di handicap che nella gamma delle attività mirate al recupero funzionale e lavorativo ed al reinserimento sociale, come pure allo stimolo emozionale ed affettivo, includano attività di coltivazione, allevamento o di contatto con animali domestici (ad es. ippoterapia )

  2. ospedali, sanatori e centri di assistenza psichiatrica che comprendano spazi verdi la cui funzione non sia solo igienica ma venga indirizzata verso modalità terapeutiche dedicate alla coltivazione, al giardinaggio o alla stessa fruizione estetica del paesaggio

  3. cooperative sociali impegnate in attività agricole e paesaggistiche nelle quali venga svolta un’effettiva attività riabilitativa e di integrazione sociale, non limitandosi al semplice reinserimento lavorativo.


    Esigenze sociali e didattiche:


  1. centri di orticoltura;

  2. scuole dove si svolgano attività di giardinaggio, artigianato, arte e cultura, musica, orticoltura e piccolo allevamento, o dove siano in atto ricerche e studi sull’ambiente e la natura;

  3. musei delle tradizioni rurali e contadine.



I fattori comuni a questi contesti, rilevanti per l’indagine proposta, sono:


    a. la valorizzazione della terra e del mondo agricolo come fonte di servizi sociali e terapeutici, con la necessità di individuare le adatte strutture territoriali ed aziendali in cui realizzare queste “Altre colture”, coinvolgendo, insieme al Volontariato, anche Università e Fondazioni, ed i loro referenti istituzionali ed amministrativi, perché possano essere superate le logiche di separazione e ghettizzazione del disagio;


  1. l’esigenza di esperti con capacità terapeutiche abbinate a conoscenze di base nel campo ecologico, paesaggistico, agricolo, economico, e, dall’altro lato, di agronomi e naturalisti la cui competenza professionale sia supportata da motivazioni umane e solidaristiche che consentano loro di operare al meglio in questo particolare settore.


Occorre un’adeguata superficie di terreno per le strutture di accoglienza e le attività agricole, inserita in un vasto appezzamento situato in una posizione magnifica con alcune migliaia di ettari, parte da coltivare a cereali e in parte destinato al pascolo di bestiame allo stato brado, con anche larghi tratti di macchia e di foresta rada, e comprendente magari un vecchio mulino ad acqua che potrebbe appunto essere ristrutturato per i nostri scopi.

Mirando essenzialmente al turismo equestre (con suggestive escursioni a cavallo nei siti archeologici della zona), alla riscoperta della vita del passato, all’arte della molitura e della panificazione, oltre che alla pesca sportiva e alle attività artigianali tipiche della zona scelta... E con la possibilità anche di funzionare come “fattoria didattica” al servizio delle scuole.

Offrendo, insieme ad una qualificata ospitalità ed a cibi genuini, la possibilità di partecipare attivamente, da protagonisti, alla vita e ai lavori tradizionali della campagna – dall’aratura, alla cura del gregge e delle api alla raccolta dei frutti della terra alla stessa preparazione dei pasti, imparando insieme agli “ospiti” un rapporto più sano ed autentico con le condizioni e l’ambiente del nostro vivere...

E potendo anche proporre l’offerta stagionale di servizi legati all’ospitalità ed alla ristorazione a fasce deboli della popolazione locale e non solo, instaurando nuove ed originali forme di solidarietà e di reciprocità, rispondendo così sia alle esigenze di valorizzazione del territorio e delle sue tradizioni che alle finalità sociali.



In particolare il progetto potrebbe articolarsi su più fasi:


  1. prevedendo intanto l’organizzazione di corsi di formazione professionale in campo alberghiero, della ristorazione e dell’agricoltura, a cura della facoltà di Agraria dell’Università preposta e coinvolgendo eventualmente altri Enti di Formazione ed Istituzioni Locali, potendo così anche verificare, nell’arco di uno-due anni, le reali motivazioni e l’impegno delle persone coinvolte


  1. provvedendo contestualmente alla creazione di una Cooperativa sociale - cui far partecipare, in questo caso, i partecipanti stessi - che si occupi della realizzazione del progetto e della sua gestione, in collaborazione con altre realtà sociali operanti sul territorio e sostenuta da un gruppo di studio in ambito accademico, in modo costituire una sorta di struttura pilota di “Agricoltura etico-sociale”


  1. da sviluppare progressivamente a partire dalla “fattoria didattica” per arrivare poi, attraverso la “fattoria sociale” e la valorizzazione e messa a coltura dei terreni, alle vere e proprie strutture di accoglienza turistica, procedendo quindi attraverso vari micro-progetti e bandi ed ipotizzando una sorta di partenariato tra la Cooperativa stessa, l’Università preposta e le Istituzioni interessate ( Comunità Europea, Ministeri, Amministrazioni Locali, Fondazioni ) che dovrebbero finanziare i lavori di trasformazione e l’avvio dell’attività, con la certezza comunque che questa non solo possa mantenersi da sola ma assicurando anche un eventuale reddito agli ospiti;



Una serie di possibilità, ed opportunità, quindi da non trascurare. E proprio la trasversalità di questo progetto, oltre a garantirne la validità sul piano etico, sociale ed economico, può avere proprio un valore emblematico di speranza e di riconciliazione, ora che vecchi muri e preclusioni e sospetti sono caduti ma si ripresenta, con l’ombra dei più nefasti errori e pregiudizi del passato, anche una inquietante nostalgia, non di normalità ma di una normalizzazione secondo le vecchie logiche di separazione ed esclusione del disagio, di possibilità negate e non consentite capacità.




  • A L T R E C U L T U R E


Esiste tutto un mondo intorno a noi fatto di cose tangibili come le case, gli strumenti di vita e di lavoro, gli oggetti del quotidiano e, poco oltre, la terra, le strade, gli alberi, gli animali: una cornice di attività, saperi, relazioni, sentimenti, colori, suoni, profumi, sapori, sensazioni ed emozioni che configurano il nostro ambiente di vita, la nostra cultura, la nostra stessa identità personale...

Ma la complessità sociale ed il progresso tecnologico stanno rendendo il rapporto tra gli uomini e il mondo esterno sempre più indiretto e difficile: ne conseguono meccanismi di produzione, comunicazione e comprensione sempre più impersonali e problematici, fino alla sovrapposizione della natura con la sua immagine ideologica o virtuale, e comunque astratta. E questo specialmente in quelle situazioni dove i meccanismi di controllo sociale o le condizioni personali di svantaggio portano ad una innaturale separazione tra l’uomo e l’ambiente del suo vivere.


Per questo motivo il mondo che oggi ci circonda non è sempre apportatore di benessere e serenità. Ma l’ambiente dove viviamo è parte integrante della nostra vita, e così viviamo spesso in situazioni di stress per le innaturali modifiche che abbiamo imposto alla natura intorno a noi: inquinamento, rumori, traffico, cementificazione selvaggia, ritmi frenetici, consumismo, edonismo, spreco, confusione, affollamento e insieme solitudine - con conseguenti stati di ansia, rabbia, angoscia, frustrazione… Queste condizioni negative, da cui pur volendo non riusciamo a sottrarci, inevitabilmente si ripercuotono su tutto il nostro essere, che rimane intrappolato in questo vortice, facendoci chiudere in noi stessi, o cercando rifugio nei vari modelli che ci propongono i media e le mode. Tentiamo allora di raggiungere quella perfezione fittizia e poco reale impostaci dall’esterno - e che difficilmente otterremo - rimanendo pertanto delusi, soli, perennemente inadeguati a stare al passo coi tempi.

Viviamo così in una specie di oblio, o meglio di alienazione da sé e dalla realtà, incapaci di resistere a lungo in questi contesti, ma ormai anche incapaci di sostare in altri, di osservare e dare senso ai colori della natura che cambiano con le stagioni, di assaporare la tranquillità di un paesaggio, di camminare in un bosco ascoltandone le voci e il silenzio, di ritrovarsi con se stessi in spazi di pace…


Il disagio sociale che ne consegue si riferisce quindi ad una situazione molto complessa e difficile del vivere quotidiano, che può essere definita come esclusione o marginalità, causata dal continuo deterioramento delle condizioni materiali e relazionali della persona rispetto non solo all’ambiente sociale e familiare in cui vive, ma anche allo stesso ambiente fisico.

Un fenomeno legato principalmente alle aree urbane, ma che riguarda spesso anche le zone rurali e montane, a causa dello sradicamento e conseguente perdita di antiche tradizioni ed elementi di identità, che non vengono sostituiti da riferimenti altrettanto efficaci (condizione del resto simile a quella di molti cittadini stranieri, che per questo appaiono appunto particolarmente vulnerabili).

Il disagio quindi si presenta come il risultato di un intreccio di eventi che finiscono col portare ad una vera e propria discesa agli inferi della società e della persona: un percorso che, pur attraverso varie forme di devianza, clandestinità, violenza ed emarginazione, sfocia spesso drammaticamente in soluzione negative.


Occorre allora pensare ad ALTRE CULTURE - un Fare Verde nei Luoghi del Disagio - come all’insieme delle attività che implicano l’uso dell’ambiente rurale, naturale e paesaggistico, mirate al sostegno e, dove possibile, alla riabilitazione partecipativa di soggetti con difficoltà di natura psicologica e sociale; e dove il fine della solidarietà, della didattica e del servizio prevalga o perlomeno si equipari al fine produttivo (anche se non si deve dimenticare la valenza economica di essere presenti in questa particolare e promettente nicchia di mercato).

Perché se sono le relazioni che si hanno con l’ambiente sociale - ma anche culturale e perfino fisico - che possono contribuire ad innescare dinamiche distruttive, a ragione possiamo pensare che un intervento che educhi i soggetti ad instaurare, o a ristabilire, un migliore e più responsabile rapporto con l’ambiente possa tradursi in un nuovo e positivo senso relazionale con se stessi e la società.


Il carattere solidale della cultura rurale, con le sue specifiche vocazioni all’accoglienza, con la sua identità e i suoi modi e stili di vita e di lavoro, può allora diventare uno dei pochi antidoti alla crescente omologazione della società di massa, nonché carta vincente di una proposta alternativa di sviluppo, anche economico, delle campagne.

La riappropriazione e valorizzazione dei saperi e del saper fare locale, delle produzioni agroalimentari ed artigianali tradizionali, degli usi e dei costumi, dei luoghi di lavoro e di vita, della cultura locale e dell’identità solidale delle popolazioni locali, rappresentano gli elementi fondamentali per ricreare senso di appartenenza e legami di solidarietà anche in quei soggetti che appaiono condannati all’isolamento e al disagio sociale.


Cercare allora una nuova funzionalità della vita associata e nuove opportunità di sostegno nel valorizzare l’insieme dei rapporti tra disagio, territorio ed esigenze sociali. Sia quelli passivi di percezione del verde, del mondo animato e dei suoi cicli di germinazione, crescita, maturazione e appassimento per sfociare poi ad una nuova rinascita, sia quelli attivi di impegno e partecipazione diretta nelle produzioni agricole (orticole, paesaggistiche, di giardinaggio, nonché di allevamento ed ospitalità). Considerandoli non solo dal punto di vista agronomico, culturale e delle tradizioni, ma anche per gli aspetti riabilitativi e di inclusione sociale.

Un insieme di attività che possono assolvere ad esigenze sociali, riabilitative e culturali, ma che allo stesso tempo sono utili al contesto locale nel quale queste esigenze vengono ad espletarsi. Portandovi nuove funzioni e creando nuove risorse e benefici che contribuiscano a tenere vivo il territorio, a stimolare l’integrazione sociale e culturale insieme all’efficienza sostenibile della filiera agro-ambientale e paesaggistica.


Parole come crescita, maturazione, recupero, riabilitazione, reinserimento legano insieme il verde e le aree da tutelare con le persone in condizioni di disagio verso se stesse o il loro habitat fisico e sociale.

In questa ottica si può parlare di una vera simbiosi tra soggetti svantaggiati e contesto naturale. Una sinergia tanto più importante ora, vista la cronica carenza di ambienti, disposizioni e mezzi adeguati al sostegno di queste persone e, insieme, lo stato di degrado ed abbandono di tanti spazi verdi e della stessa campagna. E anche la fiducia degli utenti e degli operatori socio-sanitari nei confronti di queste “nuovi” approcci di sostegno e integrazione è in continuo aumento, proprio per la loro capacità di prendere in considerazione non solo il disagio ed i suoi sintomi ma il benessere generale della persona, della società e dello stesso ambiente naturale …

 



  • L’AGRICOLTURA SOCIALE


L’attività agricola presenta, com’è noto, alcuni aspetti che la connotano univocamente: la risorsa terra quale principale fattore produttivo, il ruolo dei processi biologici nella produzione, il forte legame con l’ambiente ed il territorio, la produzione di beni che soddisfano bisogni primari, storia e tradizioni millenarie … A ciò deve aggiungersi anche la funzione ambientale e paesaggistica e una specifica funzione sociale legata al ruolo che l’agricoltura può svolgere nel mantenimento e nella coesione delle comunità locali e nel miglioramento della qualità della vita nelle zone rurali, oltre alla particolare capacità delle attività agricole di coinvolgere soggetti diversamente abili o provenienti da percorsi socialmente difficili.

Una peculiarità, quest’ultima, che conferisce all’agricoltura la possibilità di dare occupazione ad una forza lavoro che, per diverse ragioni, si trova ad essere emarginata dal mondo della produzione, cui si aggiunge il ruolo terapeutico-riabilitativo e di integrazione sociale che le attività a stretto contatto con la natura e con la cura di organismi viventi possono rivestire nei confronti di persone svantaggiate, sia per disabilità fisiche o mentali che per difficoltà sociali e psicologiche. Come era stato riconosciuto già nel XIII secolo dalla famosa scuola medica salernitana, che in uno dei suoi assiomi parlava appunto della “Vis medicatrix Naturae”, la capacità rigeneratrice della natura…


E proprio lo sviluppo e l’ampliamento di queste funzioni legate alla produzione di servizi sociali, restituisce un possibile interesse anche a numerosissime attività che in una logica di efficienza economica in senso stretto non sarebbero neanche considerate, venendosi così a configurare un’economia “di scopo” ( grazie alla possibilità di fornire più beni e servizi partendo dalla stessa risorsa, sostenendo così costi più bassi rispetto alla loro realizzazione in forma disgiunta ) nell’ambito di quella multifunzionalità dell’agricoltura che è vista come la strategia vincente su cui puntare per uno sviluppo sostenibile delle aree rurali.

La stessa Politica Agricola Comunitaria ( PAC ) ha recepito questa visione, e nei suoi più recenti indirizzi sta apportando un progressivo mutamento degli obiettivi e dei meccanismi di programmazione e gestione, riconoscendo all’ agricoltura il ruolo di veicolo e tutore delle tradizioni storiche e culturali, di garanzia per la salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio, di protagonista nella gestione del territorio e di possibile mezzo di terapia, riabilitazione, integrazione sociale e sbocco occupazionale per persone svantaggiate.


Il ricorso ad attività agricole per generare benefici di carattere sociale, in particolare nei confronti di particolari fasce “deboli” della popolazione, non è d’altronde certamente una novità nelle campagne, ed i contesti in cui la produzione agricola si integra con la fornitura di servizi socio-culturali sono andati assumendo una importanza crescente, tanto da poter meritare la definizione d’insieme di AGRICOLTURA SOCIALE.

E proprio la necessità di promuovere il benessere di soggetti deboli e di valorizzare le loro energie, ma anche di formare e reintegrare nella società elementi che se ne fossero allontanati, sta trovando risposte elettive proprio nel mondo dell’agricoltura. Dove da un lato alcune aziende, in genere ispirandosi a concezioni cooperative e comunitarie, hanno sviluppato in particolare questo aspetto - e le esperienze svolte stanno a dimostrare che i contesti umani ed ambientali delle aziende agricole, come anche le modalità operative delle produzioni rurali, risultano essere particolarmente idonei per stimolare, formare, integrare e valorizzare le risorse umane, così da venir denominate Fattorie Sociali - e dall’altro anche lo Stato va riconoscendo queste potenzialità - la normativa è in corso di evoluzione, con l’obiettivo di incrementare il benessere, le abilità e l’integrazione sociale degli utenti, cui si dovrebbe accompagnare il decremento delle spese assistenziali affrontate dagli enti istituzionali e dalle famiglie.

Un’agricoltura quindi che è anche “etica”, per il prendersi carico di problemi umani spesso di notevole gravità, e un’agricoltura “responsabile” nel senso più ampio del termine, assumendosi la responsabilità nei confronti di persone non pienamente integrate nella società - contribuendo così alla coesione e al benessere generale della comunità - e che promuove l’assunzione di responsabilità da parte degli stessi soggetti interessati.


Quanto ai prodotti agricoli così realizzati, questi sono a volte visti come economicamente secondari ( i servizi forniti dall’agricoltura sociale, specialmente quelli diretti verso soggetti svantaggiati, trovano infatti la loro remunerazione prevalente nell’ambito di collaborazioni e progetti finanziati da figure pubbliche ), ma la loro produzione, consumo o vendita, sono da considerare come parte rilevante del processo di stimolo e formazione degli utenti. E in base a ciò si può ritenere che tanto più l’organizzazione dell’azienda si mostra agronomicamente efficace e si avvicina all’attivo economico, tanto maggiore è la sua efficacia anche nell’azione sociale svolta.

Un’azione sociale che offre risorse specifiche a sostegno della riorganizzazione dei sistemi pubblici di welfare, assicurando a costi contenuti - e in prospettiva anche con un attivo economico - il mantenimento o il potenziamento dei livelli di servizio offerti a sostegno del disagio di differenti categorie di utenti e, più in generale, della dotazione di servizi disponibili per la popolazione, trasformando quello che normalmente è considerato un costo in una risorsa economica e produttiva.


D’altronde l’attuale approccio si va innestando anche in preesistenti forme di sinergia tra produzione agricola e servizio sociale pubblico.


Come insegnano le più diverse discipline scientifiche, come narrano i miti, come mostra l’arte, e come ognuno può farne diretta esperienza, il mondo vivente delle piante, degli animali, del paesaggio è infatti il campo naturale di espressione delle migliori potenzialità dello spirito umano, il campo dove investire energie e risorse in vista di un impegno personale e sociale che, insieme al senso di responsabilità, possa far riscoprire il piacere del lavoro, di un’attività utile e creativa in cui misurare e migliorare se stessi, in prospettiva anche di un possibile futuro impegno professionale. E non trascurando neppure l’importanza del ritorno economico di detta attività per l’autosufficienza di queste persone e delle stesse strutture che se ne occupano.

Nel seme che diverrà pianta e darà frutto sono contenute le potenzialità del cambiamento, la fatica di uscire dal buio e da se stessi, i bisogni di cura e protezione, i giorni di freddo intenso che frenano la crescita e le carezze del sole che danno nuova energia. Tra il seme ed il frutto c’è il sapere, il saper fare ed il saper essere di un progetto e un cambiamento di vita reale per un futuro nuovo e diverso, migliore.


Luoghi come il verde agricolo, i parchi naturali, le aree abbandonate possono così diventare, in base a precisi presupposti teorico-pratici, “setting” entro i quali sperimentare il senso del “curarsi curando”. Perché aver cura di qualcosa rispecchia lo stesso bisogno dei soggetti di avere attenzione e considerazione, e diviene così un metodo congruo per assecondare la autoaffermazione e l’autostima di persone che spesso il lavoro ha rifiutato o che non hanno mai superato la soglia delle proprie fragilità nell’adeguamento alle regole sociali.

E proprio il senso della cura, del prendersi cura degli altri, del conoscere e del farsi conoscere, configura le varie attività - capaci di coniugare insieme il lavoro nel verde con l’attenzione alle persone - come nucleo centrale per ogni percorso di sostegno che oltre al benessere psicofisico miri alla risocializzazione, alla fiducia, ad un più sereno rapporto col vivere nella società.


La terra madre, immagine e simbolo delle forze profonde della rigenerazione e della rinascita, dove ancora possono trovare sostegno e nutrimento le radici più vere dell’umano, quelle radici da cui possono sempre germogliare nuove fronde e maturare frutti insperati, è allora pronta ad accogliere i suoi figli più deboli e bisognosi di cura ed affetto. E oggi proprio la terra abbandonata e incolta delle campagne o degli spazi urbani ha più di un punto di contatto con altri luoghi dell’estremo rifugio o dell’estrema perdita, luoghi dove, più che quel che il destino o la natura o la società hanno fatto dell’uomo, conta ciò che egli vuole ancora fare di sé.




IL TERRITORIO

La Terra dovrà presentarsi integra ed accogliente, con ampi spazi incontaminati dove i ritmi di vita sono ancora scanditi dalla natura e dalle secolari usanze contadine. Ovunque, dai monti fino al mare, si possono ammirare le splendide testimonianze di un immenso patrimonio monumentale, unico ed irripetibile, rovine romane, castelli, chiese e palazzi che rivelano l'importante evoluzione artistica e culturale vissuta da questa terra nel corso dei secoli. Scegliere un loco dove fra le tante e diverse bellezze naturali che potrebbero rendere la zona tra le più interessanti d'Italia, sono quasi sempre legati a particolari ricorrenze o ai consueti rituali della campagna. Dove sono riservati i prodotti tipici artigianali e dove si possono degustare autentiche prelibatezze della cucina tradizionale e riscoprire i gusti di antichi sapori dimenticati.




Il Turismo e la Campagna


Sulla scia di una storia e una vocazione antica, le campagne e le zone periferiche, così come le persone che le abitano e che contribuiscono a renderle vive e vivibili, hanno da sempre costituito un crocevia di esperienze ed intuizioni in grado di rispondere alla crescente domanda di ruralità e alla rinnovata attenzione nei confronti delle tradizioni locali, delle produzioni tipiche, delle risorse paesaggistiche...

La campagna esercita così una rinnovata capacità di attrazione basata sulla lusinga di un ambiente più salubre, relazioni umane meno spersonalizzate, tempi e spazi di vita più consoni, un ambiente dove esercitare le proprie capacità, e la prospettiva di poter essere artefici del proprio percorso di vita. Attraverso la domanda di beni e servizi rurali si cercano rimedi ad incertezze che nascono dalla gestione di un quotidiano improntato sulle regole della competizione e del mercato, mirando alla costruzione di un’identità e a uno status non omologati dal consumo di massa, e tutto questo coincide con la ricerca delle proprie radici in un mondo divenuto sempre più anonimo e indifferenziato.


Tutte opportunità per un progetto etico-sociale che oltre a valorizzare le bellezze storiche e paesaggistiche del territorio miri ad un concreto intervento di sostegno non solo per chi collabora, ma per la stessa popolazione locale, con nuove opportunità di reddito ed occupazione e soprattutto con la fornitura di servizi diretti a fasce deboli che potrebbero usufruire delle strutture di ospitalità, ristorazione ed aggregazione che si prevede di realizzare, in una nuova ed originale sinergia tra agricoltura sociale e bisogni locali, conseguendo un risparmio dei costi sostenuti dagli enti pubblici territoriali e una sorta di prevenzione verso forme di istituzionalizzazione del disagio sociale. A loro volta dando un valido contributo alla funzionalità economica del progetto, permettendo una utilizzazione delle attrezzature anche nei periodi, come la brutta stagione, in cui langue la richiesta turistica, ma che sono in genere quelli in cui è invece più necessario un intervento di sostegno a queste fasce deboli della popolazione locale.

Realizzando così una rete di integrazione e scambio in grado di far superare vecchie preclusioni e pregiudizi e connotando positivamente il rapporto tra le persone destinatarie del progetto e la cittadinanza, trasformando dei problemi e dei costi in concrete risorse per il territorio e la collettività.




LA COOPERATIVA SOCIALE


Considerate fino a non molti anni fa marginali e comunque impegnate in attività economicamente poco rilevanti, le organizzazioni senza fini di lucro si sono in poco tempo imposte all’attenzione, non solo dell’opinione pubblica e delle Istituzioni politiche ma anche degli economisti, per la rilevanza della loro azione sociale, in genere finalizzata al recupero di soggetti deboli attraverso il loro coinvolgimento diretto, con un approccio quindi non assistenziale ma partecipativo e responsabile ai bisogni, sempre più diffusi e riconosciuti, di integrazione e sostegno sociale.

Ciò è avvenuto perché si è verificata un’oggettiva crescita del numero e della tipologia delle organizzazioni, e dei lavoratori in esse impegnate, dall’altro perché molte di queste organizzazioni hanno assunto un ruolo di mediazione attiva tra la domanda sempre più emergente di servizi di utilità sociale e la tendenza a delegare ad esse parte delle attività di sostegno e integrazione sociale fino a quel momento restate a carico dello Stato o delle famiglie. Attività che comunque continuavano ad essere supportate dallo Stato, ma su cui vi era un maggiore controllo “dal basso”, da parte dei cittadini associati a queste organizzazioni o fruitori dei loro servizi, con un risparmio dei costi e un miglioramento degli standard qualitativi.


Termini come Terzo Settore, Privato Sociale, O.N.L.U.S., Volontariato, No profit, Sussidiarietà, Cooperativa Sociale, Impresa Sociale, etc. hanno cercato di definire le nuove modalità di intervento dei privati nel campo dei servizi di utilità sociale e dei bisogni collettivi.

E se fino agli anni ’90 dello scorso secolo la stessa legislazione di riferimenti era basata essenzialmente sulle disposizioni del Codice Civile ( artt. 2511-2548 ), a partire da allora vi è stato un fiorire di leggi con l’intento di mettere ordine e dare certezze e norme operative ad un settore sempre più sviluppato e rilevante non solo dal punto di vista sociale ma anche economico e produttivo. Si ha così la Legge 266 / 1991 sulle Organizzazioni di Volontariato; la Legge 381 / 1991 sulle Cooperative Sociali, la Legge 59 / 1992, con Nuove Norme in materia di Società Cooperative; la Legge 104 / 1992, sui Diritti delle Persone con Disabilità; la Legge 68 / 1999, per l’Inserimento Lavorativo delle Persone con Difficoltà.


Considerate tutte queste possibilità offerte dalla legge, lo strumento organizzativo previsto per il raggiungimento degli scopi del progetto è stato individuato nella Cooperativa Sociale proprio per i suoi contenuti partecipativi e solidaristici. Si tratta infatti di una particolare forma di organizzazione dove l’interesse mutualistico verso i soci ( così come stabilito dal Codice Civile per le cooperative ) è allargato, secondo la definizione data dall’art. 1 della Legge 8 novembre 1991, n. 381 sulla “Disciplina delle Cooperative Sociali”, al perseguimento dell'interesse generale della comunità alla promozione umana e all'integrazione sociale dei cittadini attraverso:


a) la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi;

b) lo svolgimento di attività diverse - agricole, industriali, commerciali o di servizi - finalizzate all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate.


Tra le persone svantaggiate la legge include specificatamente persone ammesse alle misure alternative, gli invalidi fisici, psichici e sensoriali, gli ex degenti di istituti psichiatrici, i soggetti in trattamento psichiatrico, disponendo anche che dette persone svantaggiate siano almeno il 30% dei lavoratori della cooperative e, compatibilmente con il loro stato soggettivo, soci della stessa.

Inoltre gli enti pubblici possono, anche in deroga alla disciplina in materia di contratti della pubblica amministrazione, stipulare convenzioni con le cooperative che svolgono le attività, per la fornitura di beni e servizi diversi da quelli socio-sanitari ed educativi, purché finalizzate a creare opportunità di lavoro per le persone svantaggiate.


Vi sono poi le numerose agevolazioni fiscali e finanziarie che riguardano le Cooperative in genere.


Tutte caratteristiche che appaiono rispondere in maniera elettiva sia agli obiettivi strutturali del progetto, sia per quel che riguarda la fornitura di servizi socio-sanitari ed educativi che per l’inserimento lavorativo, e dove un ruolo chiave hanno le stesse modalità operative, basate sulla partecipazione, l’impegno e la responsabilità dei soggetti interessati, strumento essenziale per il loro percorso di formazione professionale e di inserimento sociale.

La partecipazione ai processi decisionali è infatti allargata a tutti i soci, indipendentemente dalle quote versate, e nel progetto si prevede appunto che tutti e altri soggetti “disagiati” facciano parte della cooperativa sociale.




Come si costituisce una Cooperativa Sociale

La Cooperativa Sociale si costituisce con una atto pubblico e con la partecipazione di almeno tre soci – e può essere prevista la partecipazione di soci volontari che prestano la loro opera gratuitamente, a condizione che il loro numero non superi la metà del numero complessivo dei soci. ( Esiste inoltre una forma semplificata di cooperativa composta da sole persone fisiche, con un numero di soci compreso fra le tre e le otto persone, denominata "piccola società cooperativa" . L'atto costitutivo prevede tutte le informazioni riguardanti i soci, la sede, la ragione sociale, le quote associative, le norme sugli utili, la durata della società ecc.

Lo statuto, documento essenziale tra gli atti da presentare al momento della costituzione, contiene le norme interne, concordate tra i soci, relative al funzionamento della cooperativa. Ottenuta l'iscrizione al tribunale, la cooperativa, nel termine dei 30 giorni, deve pubblicare l'atto costitutivo e lo statuto nel Bollettino Ufficiale delle società cooperative del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale e iscriversi ai registri della Camera di Commercio e a quello prefettizio, oltreché aprire la partita IVA.



Breve Sintesi del Progetto


Il continuo ripresentarsi di forme di disagio sociale, oltre a creare un diffuso allarme nella società

finisce col presentare problemi quasi insormontabili nei soggetti così connotati riguardo alle possibilità di una vita lontano dalla devianza e nel segno della legalità e del probabile lavoro futuro.

Occorre quindi pensare ad interventi mirati all’integrazione di due aree:

  • un sapere ed un saper essere, inteso come acquisizione di strumenti per il cambiamento verso nuovi scenari di vita;

  • un saper fare, come padronanza degli strumenti e delle tecniche lavorative.


Nel predisporre quindi un progetto operativo diretto all’accoglienza, alla formazione professionale e all’inserimento sociale non si può prescindere dal fatto che la formazione professionale deve essere orientata verso settori che consentano un effettivo impiego delle competenze acquisite in un concreto percorso di risocializzazione.

Lo stesso obiettivo potrebbe essere rivolto anche verso i diversamente abili e al loro inserimento sociale fino ad oggi evitato.

E se è universalmente riconosciuto l’effetto positivo del lavoro in campagna in termini di integrazione sociale, responsabilizzazione, benessere fisico e psicologico, spesso però le competenze lavorative così raggiunte risultano poi difficilmente spendibili all’esterno, se manca un’adeguata cultura e conoscenza della società esterna, e quel bagaglio di validi referenti personali e professionali in grado di consentire ai soggetti disagiati coinvolti nel progetto di guardare con occhi nuovi a se stessi e al futuro, lasciandosi finalmente alle spalle errori, colpe, debolezze, complicità …


Alla luce di quanto esposto, si è pensato quindi di proporre il progetto di una struttura di accoglienza dove si insegni anche ad esercitare e gestire un’attività di agriturismo, integrata da una fattoria didattica, impegnandosi non solo nelle coltivazioni, nella ristorazione e nell’accoglienza, ma avendo anche in mente l’apertura di adeguati laboratori artigianali ed artistici insieme alla possibilità di completare o intraprendere gli studi secondari e universitari, facendo loro conoscere i piaceri, e i doveri, di una vita più sana e genuina, e con l’opportunità di stabilire nuove e più valide relazioni personali e sociali, utili per il futuro rientro nella società odierna mutata radicalmente, utile anche a quelle persone escluse dalla società stessa per innumerevoli situazioni più grandi di loro e che non riescono da soli a vivere quell’inserimento sociale così ovvio e scontato.


Un’attività, questa della fattoria sociale, in grado di unire nel nostro contesto - e in un ambiente comunque “protetto”, lontano da pericoli e tentazioni - le valenze positive del lavoro nel verde con le possibilità di socializzazione offerte dal continuo confronto col pubblico, aiutando queste persone a raggiungere, con la rinnovata fiducia in se stesse, nelle proprie capacità e negli altri, quella necessaria elaborazione del vissuto che, insieme all’ adeguamento alle regole della società, è condizione e premessa di una vera autonomia personale, sociale e culturale …

Affrontando il problema della devianza e dell’emarginazione con interventi volti al recupero della persona e quello della scarsa professionalità con l’acquisizione di competenze lavorative spendibili anche all’esterno. E consentendo allo stesso personale un nuovo e positivo approccio ai problemi sociali e culturali.



Alla luce di quanto esposto si è pensato quindi di proporre un progetto trattamentale finalizzato ad un valido percorso di reinserimento e socializzazione nel segno del lavoro e della legalità, articolato in più fasi, che può anche procedere in parallelo e riguardare autonomi sotto-progetti:


  • organizzazione di un corso di formazione professionale in campo orto-florovivaistico, alberghiero e della ristorazione, a cura Università preposta , valendosi della convenzione stipulata tra l’Università stessa coinvolgendo eventualmente altri Enti di Formazione ed Istituzioni Locali, potendo così anche verificare, nell’arco di uno-due anni, le reali motivazioni e l’impegno dei partecipanti


  • provvedendo contestualmente alla creazione di una Cooperativa sociale, sostenuta da un gruppo di studio in ambito accademico, in modo costituire una sorta di struttura pilota di “Agricoltura etico-sociale”, allo scopo di curare la realizzazione del progetto e la sua gestione, in cui inserire tutti a pieno titolo, in modo da garantire loro la formazione permanente e lo sviluppo di quelle doti di imprenditorialità, autonomia e responsabilità che sono la migliore garanzia per un valido percorso di reinserimento e socializzazione nel segno del lavoro e della legalità, oltre a consentire un certo ritorno economico in grado di aiutare i partecipanti al progetto a sopperire alle necessità immediate;


  • Cooperativa da sviluppare progressivamente, nell’arco di due – tre anni, a partire dalla “fattoria didattica” per arrivare poi, attraverso la “fattoria sociale” e la valorizzazione e messa a coltura dei terreni, alle vere e proprie strutture di accoglienza turistica oltre che i soggetti disagiati, prevedendo fin dall’inizio contatti con la cittadinanza locale e altri soggetti, per verificare le possibilità di commercializzazione dei prodotti attraverso strutture cooperative o la catena del commercio equo e solidale, e curando anche gli aspetti pubblicitari e di “social label”, e l’eventuale presentazione dei prodotti e dell’iniziativa a convegni e mostre, oltre che sulla stampa specializzata, come forma valida ed originale di ampliamento della rete di rapporti sociali delle persone interessate.


Nel Progetto Libero , come un seme che diverrà pianta e darà frutto, sono contenute le potenzialità del cambiamento, la fatica di uscire da se stessi e dal chiuso della terra, i bisogni di cura e protezione, i giorni di freddo intenso che frenano la crescita e le carezze del sole che danno nuova fiducia e nuova forza. Tra il seme ed il frutto c’è il sapere, il saper fare ed il saper essere di un percorso didattico attraverso ed oltre la fattoria sociale alla ricerca di quelle opportunità di lavoro e socializzazione che sono espressamente previste dalle stesse Leggi.


Vedendo nella stessa organizzazione cooperativa un paradigma della società esterna, dove ognuno ha il suo ruolo e dove s’impara a stare e lavorare insieme, cercando nel bene comune anche la soluzione ai propri problemi e difficoltà.

E nella fattoria sociale, lo scopo principale è il senso della cura, il prendersi cura degli altri, dell’attenzione alle persone, come punto di partenza per un percorso di sostegno che oltre al benessere psicofisico miri alla risocializzazione, alla fiducia, ad un più sereno rapporto col vivere nella società.

Rendersi utili mediante questo progetto alla disabilità che è la condizione personale di chi, in seguito ad una o più menomazioni, ha una ridotta capacità d'interazione con l’ambiente sociale, rispetto a ciò che è considerata la norma, pertanto è meno autonomo nello svolgere le attività quotidiane e spesso in condizioni di svantaggio nel partecipare alla vita sociale


Questo significa che mentre la disabilità viene intesa come lo svantaggio che la persona presenta a livello personale, l’handicap rappresenta lo svantaggio sociale della persona con disabilità.

Il concetto di disabilità cambia e secondo la nuova classificazione (approvata da quasi tutte le nazioni afferenti all'ONU) e diventa un termine ombrello che identifica le difficoltà di funzionamento della persona sia a livello personale che nella partecipazione sociale.


Ma ci sono persone, più di quante si creda, la cui principale e vitale esigenza non è quella dì trovare un lavoro e un collocamento mirato, ma quella di assicurarsi un servizio di assistenza che renda meno gravosa l'insostenibile pesantezza del quotidiano per i loro familiari a cui è delegata in toto - da distretti, comuni e servizi sociali - la loro stessa sopravvivenza.


Sono le persone con handicap e se il termine urtasse le sensibilità più raffinate potremmo definirle "diversamente ospedalizzate". Persone che al turismo accessibile non possono interessarsi, come pure alla possibilità di guidare un veicolo o alle opportunità dei servizi telematici o alla partecipazione a battaglie civili di avanguardia. La loro preoccupazione è - banalmente - sopravvivere, qualche volta malgrado i servizi socio-assistenziali pubblici. E se quei servizi verranno ulteriormente tagliati non diranno nulla perché non hanno voce. Altro che diversamente qualcosa. Niente di male, lo ripetiamo, se una persona disabile si autodefinisce "diversamente abile". Qualcuno potrà sorridere a qualcun altro si inumidirà il sopracciglio di fronte a cotanta fierezza, in qualcuno scatterà l'emulazione e la volontà di superare la provocazione definendosi finanche "diversamente dotato" . Ma quando il termine deborda dalla boutade per assurgere a termine di uso comune, si comincia a percepire un sentore di ipocrisia.

L'espressione "diversamente abile" pone l'enfasi sulla differenza qualitativa nell'uso delle abilità. Esso viene utilizzato per specificare che attraverso modalità diverse si raggiungono gli stessi obiettivi. Vi sono delle situazioni di disabilità in cui questo uso può essere adeguato. Ad esempio allievi non vedenti o ipovedenti possono raggiungere lo stesso adeguati risultati scolastici e sociali utilizzando le risorse visive residue (potenziate con adeguati strumenti) o abilità compensative (ad esempio quelle verbali). Vi sono altre situazioni, come quelle riguardanti due terzi di tutti gli allievi certificati e cioè quelli con ritardo mentale, in cui l'uso della terminologia diversamente abile può risultare fuorviante. Consideriamo il caso di un tipico allievo con sindrome di Down. Dal punto di vista della qualità della vita forse si può anche dire che utilizzando le proprie capacità (o abilità) egli può comunque raggiungere obiettivi paragonabili a quelli di tutte le altre persone. In altre parole può raggiungere un benessere che non può essere considerato inferiore. Se questo è il riferimento, l’espressione "diversamente abile" potrebbe anche essere utilizzata. Se il riferimento diventa invece quello delle prestazioni scolastiche, sociali e di autonomia, l’espressione "diversamente abile" può risultare ingannevole, in quanto "nasconde" il fatto che tali prestazioni sono inferiori rispetto a quelle tipiche della normalità.




C O N C L U S I O N I



Un progetto e un lavoro il cui senso e scopo va allora ben oltre i limiti della ricerca accademica, per abbracciare tutte quelle possibilità di socializzazione e di contatti umani che ancora non sono state soffocate e vietate da pregiudizi, egoismi, disposizioni, muri, regolamenti, condanne. E con la volontà di usare la nostra stessa personale esperienza del disagio, dell’agricoltura come strumento d'interrogazione e di senso...

Un’interrogazione sulle tematiche sociali e la condizione dei disagiati, soprattutto femminile a parole nei pensieri di tutte le forze politiche e sociali, nella realtà troppo spesso consegnate ad un limbo senza nome, senza fondi, senza prospettive.

E una riflessione su come questo sistema andrebbe aiutato e migliorato per il raggiungimento dei suoi scopi: non più momento distruttivo della persona e perpetuatore dell’errore, ma percorso di speranza, solidarietà, redenzione e risocializzazione. Verso cui questa bozza di progetto operativo sulla fattoria sociale come strumento di accoglienza, formazione professionale ed inserimento sociale vuol essere non solo un contributo, ma un impegno per realizzarlo.


Il cerchio si chiude quindi, e questo percorso di studio arriva a concludersi considerando proprio le attuali condizioni di persone fuori dalla “societas” per le quali speriamo che i semi di libertà germoglino e crescono, per dare frutto per gli <ultimi> cui il progetto è dedicato ma per la stessa società. Una speranza forse, e una promessa! Magari iniziando con un mattone per volta, un passo dopo l'altro...



Angela Lombardi 2019

 

 
 

 

 

Parliamone

 

Il princìpio è l'essere!

'altripiani'

c.f.: 94166140544

IT 82 D 0760103000 001047737091
info: 373 7795105
Aiutaci ad aiutare!